Dateci
Dateci qualche cosa da distruggere,
Una corolla, un angolo di silenzio,
Un compagno di fede, un magistrato,
Una cabina telefonica,
Un giornalista, un rinnegato,
Un tifoso dell’altra squadra,
Un lampione, un tombino, una panchina.
Dateci qualche cosa da sfregiare,
Un intonaco, la Gioconda,
Un parafango, una pietra tombale.
Dateci qualche cosa da stuprare,
Una ragazza timida,
Un’ aiuola, noi stessi.
Non disprezzateci: siamo araldi e profeti.
Dateci qualche cosa che bruci, offenda, tagli, sfondi, sporchi,
Che ci faccia sentire che esistiamo.
Dateci un manganello o una Nagant,
Dateci una siringa o una Suzuki.
Commiserateci.
30 aprile 1984
P. LEVI, Ad ora incerta, Milano 2004, p.80
L’ incontro con il Levi poeta è del tutto improvviso, inaspettato e avviene con questo testo, sentito recitare.
La potenza di questa larghissima anafora, la sua estrema suggestione non sono potute passare inosservate e con Giorgio Viviani, si è deciso di affiancare questo testo alle musiche che attualmente stiamo componendo. In seguito la forza dei versi è andata ulteriormente crescendo fino a prendere il sopravvento sull’intero progetto, trasformandosi, inevitabilmente con un testo così ingombrante, in un vero e proprio poema musicato, in cui i versi di Dateci diventano poderosi immissari fonici e semantici del testo da noi costruito sopra quello di Levi.
La poesia originale è tutta incentrata su di un contrasto noi-voi che rende i protagonisti attori speculari di un rapporto di necessità dare-avere. Una gioventù teppista, terrorista, nichilista strettamente dipendente dalla società che li osserva: e non potrebbe essere altrimenti da che è stata quest’ultima a generare quella. La violenza stessa degli atti – masochistica, inevitabilmente – assume un carattere di imprescindibilità.
“Che ci faccia sentire che esistiamo.”
recita il v. 16 indicando l’urgenza di esperire una condizione esistenziale sempre più diluita e anestetizzata da una quotidianità anonima e normalizzante sullo sfondo delle città postmoderne.
Sotto questa luce i quattro o cinque “dateci” (ma sottointesi innumerevoli, nascosti dietro ogni immagine evocata dai versi) diventano una supplica disperata, insistente; gli altrettanto sottointesi voi qualcos’altro rispetto ad una generica società bene moraleggiante: una metafora del potere contemporaneo, frammentato e plurale, impossibile da focalizzare in persone o cose ben definite e dal profilo che pare combaciare in maniera inquietante con i tratti della maggioranza.
Segno di una lucida consapevolzza di sé, il v.14
“Non disprezzateci: siamo araldi e profeti.”
è il perno attorno al quale ruota l’intero componimento e rappresenta una sorta di autoinvestitura per il noi che lo pronuncia. La coscienza di sé e della propria funzione sociale si addensa: affida loro il ruolo di rappresentanti e testimoni del male compenetrato nell’uomo, di mediazione tra radice e senso del male stesso e l’umanità intera.
La chiusa finale
“Commiserateci,”
è un ulteriore indizio di lucidità riguardo la propria condizione e responsabilità verso le proprie azioni, ricordando quelle dai dannati danteschi. Quest’ultimo verso trasforma la poesia in una preghiera nichilista, priva di speranza in cui Levi sembra parafrasare un
“Miserere mei, Deus”
così come la necessità e l’urgenza di tutti quei “dateci” portano una eco del
“Dacci oggi il nostro pane quotidiano”
