EXUVIAE

scritture da Stefano Calosso

Archivio per la categoria ‘Racconti’

AI CONFINI DEL SONNO

Pubblicato da Stefano Calosso su Martedì, 25 Dicembre 2007

La sagoma di lui gesticolava all’interno della cabina telefonica. All’esterno il suono della sua voce giungeva ovattato, incomprensibile. Uscì dopo qualche minuto, si guardò intorno come se volesse interrogarsi sul paesaggio che lo circondava. Sul volto aveva l’espressione di chi si risveglia dopo un lungo sonno: realizzò in quel momento che entro sera l’incubo sarebbe terminato. Lei lo osservava, appena in disparte, appoggiata al parapetto. Premeva il silenzio del mattino ancora senza luce e a tratti fastidioso. Appena lui si mosse, gli tenne dietro con lo sguardo sbattuto per terra, muta.
“Che cos’ hai?”, le chiese.
“Niente” rispose “è che a volte mi sento talmente sfiduciata… Mi chiedo come siano possibili certe cose, mi sfugge la logica, il nesso, capisci? Così all’improvviso non hai il tempo di realizzare, tutto questo è surreale, io non…” rimase con la bocca aperta e le parole sospese a mezz’aria, gli occhi spalancati.
“Sei stanca…”, tentò di dire, “non agitarti per niente”.
Avevano speso praticamente subito i pochi soldi rimasti loro, qualche panino e un paio di lattine ed era quasi tre giorni che vagavano per la città, nel tentativo di racimolare soldi per tornare a casa. Londra lui la conosceva, vi aveva passato due anni lavorando come cameriere. Aveva pensato a qualche serata come lavapiatti, in cambio di una manciata di sterline e un pasto caldo, ma non era riuscito a rimediare niente di utile nell’immediato. Dopo due notti senza dormire, abbracciati su una panchina dal freddo che faceva, dopo quasi tre giorni di ricerca tra un quartiere e l’altro, la situazione era diventata insostenibile. Si era deciso a chiamare sua madre perché gli inviasse denaro sufficiente per due biglietti aerei.
“Ci vorrà qualche ora per il trasferimento, ma dovremmo riuscire a prendere il volo di questa sera.”, aggiunse.
Alle lettere H E A T H R O W si accompagnava una freccia nella direzione del loro cammino e in quella delle prime stelle che schiaravano all’orizzonte. L’aeroporto gli pareva un ricordo d’infanzia, non di qualche sera prima. “Da qui, a piedi, ci vorrà un’ora o più”, pensò e affondò le mani nelle tasche inarcando le spalle, quasi un gesto di noncuranza. Si mossero, lui davanti e lei dietro col suo passo leggero, a qualche metro di distanza. Immaginò di non dover mai più udire la sua voce e subito gli tornarono alle mente le prime parole che le aveva sentito pronunciare, “Siete mai stati a Manhattan?”.

*

L’aveva conosciuta al chiosco sulla piazza, una sera d’agosto, aveva fissato a lungo le sue mani mentre ci descriveva con dovizia di particolari i cocktail di Cipriani, “ma quello sulla Quinta Strada, è l’unico locale che frequento. No, no, di rado, io su non esco quasi mai…”. Quell’estate era tornata in Italia da Manhattan, dove avevano rilevato, lei e un socio, un ristorante. “Quattro anni senza rivedere i miei, erano troppi… Ma che provincialismo assurdo qui, che malelingue! Sei lontana da casa ad inseguire un progetto, un sogno e le serpi biascicano, l’una “droga”, l’altra “comunità” o “due figli e non è sposata…”.
Le serate in quell’agosto trascorsero con i suoi racconti al nostro tavolino, ogni volta sempre più affollato, e con lui che intrecciava silenziosamente gli occhi in quelli di lei, aspettando sempre un po’ più a lungo, prima di scostarli. Nessuno di noi si stupì più di tanto, dunque, nel vederli arrivare al chiosco, qualche sera dopo, mano nella mano. Si sprecarono subito battute e gomitate, poi applausi e brindisi da che lui ci annunciò, solennemente, che a novembre l’avrebbe seguita nel suo rientro a New York.
Fu un’estate calda e alcolica come non mai: tornavo a casa a notte fonda e ancora mi massacravo gli occhi davanti a Google Earth, vi cercavo i luoghi dove viveva, i locali e le strade che le sentivo nominare, nella testa mi rimbombavano echi di frasi del tipo “a un isolato, ground zero…”, “la cena di David LaChapelle” o “di solito a Broadway, al Cinema Odissey”, “Non ti piace Woody Allen? Certo, devi aver respirato i suoi luoghi…”. Mi infilavo nel letto che già era mattina, qualche volta devo averla pure sognata.

*

Facevano ritorno a Heathrow stanchi, muti dopo una notte interminabile. Davanti a un telefono lui estrasse dalle tasche una carta, la introdusse nella fessura e sollevò il ricevitore. Le girò le spalle. Lei si allontanò nella direzione di una poltroncina per l’attesa, trascinando il suo trolley svogliatamente per utilizzarlo come poggiapiedi, una volta seduta. Rimase immobile per diversi minuti, in quella posizione, con lo sguardo fisso sul volto di una ragazza asiatica, bellissima, al centro di una gigantografia pubblicitaria. Fu lui a scuoterla da quell’assenza parandolesi davanti.
“Andiamo a mangiare”, disse. Poi fu la volta del biglietto, la coda non era impossibile.
C’era tutto un giorno da consumare, aspettando il volo di rientro di quella sera. Ne passarono gran parte stravaccati in sala d’attesa, con lo stomaco gonfio per gli hot-dog e le bibite gassate, in un dormiveglia inquieto.
Si destò nel pomeriggio, un paio d’ore prima del check-in. Lei era seduta qualche posto più in là, alla sua destra, sfogliava una pesante rivista di moda. Gli sorrise. “Sei sveglio.”, disse. Poi il suo volto si fece serio, ripose la rivista e scivolò sulle poltroncine, fino a ritrovarsi seduta al suo fianco. Gli cinse il braccio con il suo, e aggiunse: “Voglio andare in fondo a questa faccenda. È giusto tornare a casa… d’altronde, lo vedi bene, piazzati così non potremmo fare altro. Che sia chiaro: ti restituisco tutto quando torniamo, tua madre è stata fin troppo gentile. Potevamo pensarci prima e partire con un po’ di soldi di riserva, ma, dimmi, potevamo immaginare una cosa del genere? Se non fossi stata più che certa della buona fede del mio socio non mi sarebbe mai venuto in mente di trascinarti fin qui… Si, ci voglio andare fino in fondo, con il mio socio intendo: mentre dormivi ho ricaricato il telefono, è tutto il pomeriggio che provo a chiamarlo. Lo tiene staccato, ma non può farlo all’infinito. E poi tra qualche giorno devo tornare su, c’è la casa, il ristorante… Dio, che rabbia se ci penso! Non si può tirare un pacco del genere e rifiutarsi di dare spiegazioni!”. Il tono della sua voce si era fatto sostenuto. Lui distolse l’attenzione dal quel fiume di parole per rivolgerla alle dita delle sue mani, bianche e un po’ tozze, che tremavano visibilmente. Anche il respiro si faceva via via più affannoso. Fu interrotta da una crisi di tosse che le gonfiò gli occhi di lacrime.

*

Tutti noi abbiamo una personale versione di questa storia, o un aneddoto con lei protagonista di quelle sere d’agosto, trascorse al chioschetto in piazza – l’undici settembre del duemilauno, i clienti più famosi del suo ristorante o il sacro rituale dalla mancia ai camerieri. Carlo e Giovanni, entrambi precari neolaureati, racconterebbero senz’altro l’entusiasmo che provarono in quei giorni di calura: la fidanzata di un loro amico d’infanzia viveva e lavorava a New York e non vedeva alcun problema nell’assumerli come camerieri nel suo ristorante, “ho avuto iraniani, egiziani, greci… Due italiani, però, sarebbero perfetti. Ma pensateci bene, su la vita non è uno scherzo”. I miei due giovani amici trovavano che quella era un’opportunità da non lasciarsi scappare, l’occasione che avevano sempre sognato: mettersi definitivamente alla prova, “vedere quello che valevano con una reflex in mano”. E così pure loro attaccati a Google, giù liste di studi fotografici e agenzie pubblicitarie: dovevano provarci.
L’eccitazione per quelle grandi quanto improvvise novità aveva contagiato tutta la compagnia: fantasticavamo intorno a mirabili tavolate oltreoceano, “Ti rendi conto? Capodanno a Manhattan…”.

*

Galleggiavano nella notte, comodi finalmente. Una volta in quota si era addormentata quasi subito e profondamente, stringendogli la mano.
Si voltò per guardarla dormire: aveva il capo reclinato sulla spalla, una ciocca di capelli scomposta le attraversava la fronte. Fissò con attenzione il volto che gli pareva di conoscere così bene e si chiese se davvero non lo avesse saputo fin dal principio. Anche sforzandosi, infatti, non sarebbe stato in grado di indicare un momento preciso al quale far risalire la certezza che tutto, riguardo alla sua vita a Manhattan, era stato inventato. In quegli istanti, osservando le sue palpebre distese nel sonno, sarebbe stato pronto a giurare che lei, a New York, non aveva mai messo piede. Le sue labbra ben fatte, asciugate dall’arsura, confermavano i sospetti sullo strano appuntamento a Heathrow con quel fantomatico socio. Durante il loro scalo, questi le avrebbe dovuto consegnare il passaporto e la quota semestrale sugli introiti del ristorante e dopo poche ore sarebbero stati in volo per New York. Davvero era partito con lei da Malpensa credendo a tutto questo? L’incarnato roseo e quelle due rughe lievemente accennate, appena al di sotto degli zigomi, ribadivano che nessun socio, la sera dell’appuntamento, era stato presente. Nemmeno dall’altro capo del telefono a prendersi le sue grida, mentre il boeing della United rullava sulla pista infuocata dal tramonto.
Il respiro di lei, quieto e regolare al suo fianco, lo rilassava. Cercò dentro di sé un qualsiasi valido motivo per averla seguita in questo delirio. Le dita intrecciate delle loro mani, ai confini del sonno, suggerirono una risposta più che soddisfacente.

Pubblicato su Racconti | 2 Commenti »

LA BILANCIA

Pubblicato da Stefano Calosso su Martedì, 9 Ottobre 2007

QUADRO PRIMO

Quella mattina era uscita dal supermercato con due borse in mano.
Si era incamminata lungo il marciapiede, verso casa.
Il corso era invaso da una fiumana di gente agitata, con striscioni e bandiere. In direzione opposta alla sua il corteo si stava dirigendo verso la piazza principale della città, dove la manifestazione sarebbe culminata nel discorso del Segretario del Sindacato.
Faceva freddo.
Durante il cammino aveva guardato i volti di quelle persone. La folla chiedeva che i prezzi dei generi di consumo smettessero di aumentare.
Si ritrovò ad incrociare il corteo nella sua parte centrale, quella più gremita di gente, nel punto in cui il corso, tra gli antichi palazzi del centro, va per un buon tratto restringendosi.
Aveva compiuto gli ultimi passi strisciando lungo i muri di un palazzo. Poi fu costretta a fermarsi, a lasciar cadere a terra le borse della spesa rinunciando a proseguire. I cappotti della gente le avevano strusciato lungo il corpo. Si era sentita mancare l’aria.

Come può un numero così grande di uomini e donne camminare fianco a fianco, nella medesima direzione, senza avvertire un’invasione del proprio spazio, senza sentirsi minacciato?
È necessaria una grande forza soggiogatrice che precedentemente abbia vinto uno ad uno ognuno di essi.

Il corso s’era d’improvviso vuotato. Qualche sparuto passante curioso ancora sbirciava il serpentone.
Lei aveva raccolto ciò che restava della sua spesa. Molti erano inciampati sui suoi sacchetti, stracciandoli. Ne aveva raccolto il contenuto anche a parecchi metri di distanza.

QUADRO SECONDO

Era sempre andata scuola volentieri. Per questo non aveva ancora smesso di andarci. A venticinque anni era una studentessa modello nella Facoltà di Medicina della sua città.
Chiudendo il portone di casa aveva subito avvertito il maldischiena.
Si era diretta in cucina, affamata. Aveva preso la bilancia e l’aveva posata sul tavolo.
S’era sfiorata con un dito l’asta degli occhiali controllando l’indicazione della lancetta: zero. Tara compresa.
Aveva versato la pasta che dal cartone era scrosciata sul piatto della bilancia. Aveva tolto una farfalla. Due. Tre.
Pesare ciò che si mangia significa perdere il controllo del proprio corpo, non saper rendere conto delle azioni e gesti che si compie durante le ore.
Mentre gli autobus rincasavano e il silenzio dell’appartamento pareva un palloncino gonfiato, era scivolata come ogni sera sotto le coperte – e chiedendosi se i suoi passi verso il letto avessero potuto essere uditi da qualcuno nelle stanze di sotto.
Durante l’intero arco della sua vita mai fu in grado di domandarsi quale poté essere stato il vero prezzo degli alimenti che consumava.
Milioni di persone non mangiano il loro cibo, non si nutrono ma consumano alimenti.

Pubblicato su Racconti | 5 Commenti »

QUADERNO DI CAMPAGNA – #2

Pubblicato da Stefano Calosso su Mercoledì, 5 Settembre 2007

Le piante di girasole sono completamente secche. I petali, staccatisi dalla corolla, vengono spazzati dal vento. Con un lungo stelo ed il capo chino sono migliaia di persone ordinate, ben diserbate, al loro posto. I pochi semi rimasti loro sono un lauto pasto per i piccioni. Sono arrivati dalla città, a gruppi ogni giorno più numerosi. Si sono appoggiati sul capo ormai definitivamente reclinato delle piante e hanno cominciato a becchettare. Lentamente.
Questa mattina ho visto la trebbiatrice entrare nel campo, un rombo sordo di motore. Ha falciato ogni pianta con cura, ha trebbiato ogni seme e lo ha riposto nel suo enorme ventre. I piccioni si sono sollevati tutti insieme in frullo d’ali e hanno raggiunto i cavi elettrici: uno a fianco all’altro osservano l’andirivieni del bestione di metallo.
Adesso la trebbiatrice non c’è più: i piccioni lentamente, a piccoli gruppi, scendono di nuovo a terra, tra le piante triturate. Da lontano vedo i loro corpi come punti grigi brulicare d’intorno. E il pulsare intermittente dei loro capini: su e giù, su e giù…. (Trebbiatura) (05.09.07)

Pubblicato su Quaderno di campagna, Racconti | 7 Commenti »

QUADERNO DI CAMPAGNA – #1

Pubblicato da Stefano Calosso su Domenica, 26 Agosto 2007

La rugiada si impasta con il mosto secco sulle leve di comando del cingolo, imbrattandomi le mani già durante l’accensione.
I ragazzi arrivano quasi subito, appoggiano le loro biciclette accanto al muretto del cortile. Mi vengono incontro per ricevere cesta e forbici. Sono il doppio del necessario e buona parte di loro si tiene leggermente discosta, con gli occhi piantati per terra. Mio padre fa il possibile per comprendere il loro italiano stentato e imbastardito con il francese: parla con due o tre per volta – i ragazzi si interrompono l’un l’altro, pronunciano lunghe frasi in arabo tra di loro mentre altri ne approfittano per imporsi all’attenzione. Trattano su tutto: un euro in meno all’ora per cinque ragazzi in più che faremo lavorare. Mio padre rinuncia ad imporre prima il suo tono di voce, poi quello che era l’evidenza dei fatti: il lavoro che avevamo da fare e il numero di persone necessarie. I nostri ragazzi indugiano ancora un poco, qualcuno spegne in terra una sigaretta, altri che si cambiano scarpe ed indumenti: poi prendono piano per i filari, dietro al cingolino ciondolante. Gli altri si spargono per il cortile, alle biciclette. Qualcuno sembra interessato ai pomodori ma è subito scoraggiato dalla sagoma dello zio che svetta severa tra le piante, sentinella a guardia di perini, ciliegini e cuori di bue. Saranno di nuovo qui, domani. Con volti, vestiti, biciclette ogni giorno diversi, saranno sempre loro a riattizzare la mia vergogna. (Vendemmia) (25.08.2007)

Pubblicato su Quaderno di campagna, Racconti | 9 Commenti »

IL VACCINO

Pubblicato da Stefano Calosso su Venerdì, 6 Luglio 2007

Se al cacciatore non riesce d’uccidere al primo tentativo un animale (o un uomo) ma solo di ferirlo, d’immobilizzarlo, gli capiterà, avvicinandosi al luogo in cui giace, d’udirlo dimenarsi, scalpitare e contorcersi su se stesso, spalancare la bocca per continuare a respirare.È così, ancora, che ci succede in certi pomeriggi d’autunno. Camminare sotto la pioggia per le vie della città, siamo usciti perché c’era qualcosa che non riuscivamo a trattenere. E per il tempo d’una passeggiata ci liberiamo, sotto il peso delle vetrine rigate dalla pioggia. Ci scordiamo delle ristrettezze, dei sacrifici, di una quotidianità che ci dà così fastidio, di quel momento tanto desiderato che non arriva mai. È così, ancora, che scalpitiamo, feriti.
Il colpo mortale fu sferrato al momento della nostra nascita, deciso – vibrante. Non eravamo per intero fuoriusciti dal suo grembo che lei stessa, guardando da in mezzo alle gambe, poteva vedere la testa del suo piccino rotolare nell’angolo della stanza, segnando di rosso il pavimento. Poi la levatrice, che deponendo la mannaia sul carrello si consultava col dottore.
Lui annuiva. Un’ iniezione. Un sorriso.
Quando le fummo portati al seno per la prima volta eravamo un corpicino tremante, sottile. Al di sopra delle spalle già portavamo quel marchio rosso, quel bozzo di sangue denso, impastato: il Vaccino.
Lei si rischiarò nel tenerci, tesa tra gl’archi di tanta bellezza. Pose le labbra sulla sommità del nostro collo mozzato. Le ritrasse sporche, gonfia d’amore. Divenne madre.
Il colpo mortale fu sferrato al momento della nostra nascita, deciso – vibrante. In mezzo, tra la stoccata e la morte, la vita schiude.

Pubblicato su Racconti | 8 Commenti »

L’IMBUTO

Pubblicato da Stefano Calosso su Giovedì, 14 Giugno 2007

Ad un tratto qualcuno disse “Ho visto in televisione un servizio su come vengono allevate le oche destinate alla produzione di paté di fegato. È raccapricciante… gli ultimi giorni infilano degli imbuti nei loro becchi e le ingozzano perché le si ingrossi il fegato il più possibile. Non mangerò mai più paté di fegato d’oca”.
Per un secondo tenni la forchetta sollevata a mezz’aria. Portandola alla bocca osservai attentamente il cibo che vi stava infilzato: cinghiale in salmì: succulento. Masticai molto lentamente. Detti uno sguardo alla tavolata di sfuggita, poi fui di nuovo fisso sul mi piatto.
Poco dopo mi accorsi che era finito il vino, mi alzai per rimpiazzarlo. Afferrai dal cartone una bottiglia e la misi sulla tavola. Ero in piedi, la testa di fianco al lampadario. Nessuno dei commensali mi stava guardando, impegnati a mangiare o in conversazione tra di loro. Li osservavo indisturbato.
Ebbi come la sensazione d’essere io a illuminare quella stanza, la compagnia, tanto i miei occhi erano vicini alle lampadine. Non riuscii a reggere il bagliore e mi rimisi a sedere. Cercai di immaginare come apparissi, lì in mezzo a loro, come si svolgessero i miei gesti in quello spazio.

“E’ come Elton John che confessa la sua bisessualità sul Rolling Stone!!!” urlai nella fotocamera incrociando gli occhi. Sulla tavola sparecchiata fluttuava quel piccolo
display come una farfalla incandescente dove Giorgino scorreva i nostri volti, piccole maschere dentro la cucina illuminata.
Eravamo fermi e in silenzio davanti all’obiettivo, bambini in soggezione alla presenza di un adulto sconosciuto. O come me si tentava di bucare quella parete invisibile con una battuta da un film, stare sopra le righe insomma.
Ci fu spazio anche per la televisione quella sera, nella fattispecie un programma giornalistico, un dossier sulle Brigate Rosse con accurate ricostruzioni filmate, un misto di immagini nebulose e traballanti condite con foto d’epoca. Ed eccomi subito in prima linea, non aspettavo nient’altro io, infuocato dall’alcol e dalla faccenda del paté. Mi improvvisai controconduttore per quel salotto di panze in digestione, “eccolo li!, dissi, che spunta l’imbuto, dalla televisione, è dritto nella nostra testa che finisce! I ricordi dei prossimi vent’anni filmati in studio, e da professionisti, alta scuola di ricamo ‘sto teatrogiornale!”.
Non ne volevo sapere di calmarmi e l’orgasmo mi saliva ancor di più da che in casa non si poteva fumare e io avevo voglia di una sigaretta. Fu Giorgino a tirarmi fuori da lì mentre ancora insultavo lo schermo, mi fece passare la portafinestra infilandomi in bocca da fumare.
Il freddo di gennaio aiutava quella nuvola di fumo denso che si incamminava piano verso la luce dei lampioni. Anche gli altri ad uno ad uno sfilarono dal salotto, fuori per la loro dose di tabacco del dopocena. Adesso li avevo tutt’intorno, i miei amici, Giorgino proprio davanti che quasi ci sfioravamo la punta del naso. “C’ho trent’anni…” dissi io e loro tutti giù a ridere, la conoscevano bene la mia teoria sull’età, dai venticinque ai trentacinque hai trent’anni, poi passi subito al decennio successivo, cifra tonda, il resto sono sofismi.

Pubblicato su Racconti | 2 Commenti »