EXUVIAE

scritture da Stefano Calosso

[TEOGONIA] 1.2.1.4 – CON LE MANI SUL VOLANTE

Pubblicato da Stefano Calosso su Venerdì, 30 Novembre 2007

“La cintura.”
“Come? Ah già…”
“No, zio. La cintura di sicurezza, intendo. Rischiamo una multa salata se ci imbattiamo in un controllo.”
Elena azionò la leva della direzione, uscendo dal viottolo della casa. S’immise sulla carreggiata. Il vecchio al suo fianco socchiuse gli occhi per la luce intensa, il dondolio della vettura gli conciliava il sonno. Reclinò il capo sul poggiatesta, rinunciando al paesaggio, ma per drizzarsi quasi subito: attraverso il parabrezza studiò il fondo dell’asfalto, gli parve in buono stato. E le curve frequenti, ma non troppo brusche o insidiose. Si voltò verso Elena: com’era sicura alla guida, la nipote, con che naturalezza eseguiva quei gesti. S’asciugò la fronte con un fazzoletto che poi dimenticò nella mano. S’abbandonò nuovamente all’abbraccio del sedile e questa volta chiuse gli occhi completamente.
Massimo apparve davanti al cancello di casa. La sua immagine fu velata dalla tendina bianca, poco prima scostata, dopo che venne abbandonata a ridistendersi sul vetro.
Spogliato del soprabito lo rivide in poltrona, ma per qualche istante soltanto. Non riusciva a concentrarsi sulla figura intera, guizzava ogni tanto qualche particolare, un riflesso sul piano lucido del tavolino mentre era intento a zuccherare una tazzina di caffè. Le ciabatte della sorella sul tappeto di fronte al camino. Non facevano rumore, perché ricordava queste cose? Ancora quelle mani magre che sparecchiavano il vassoio – Nietzsche, gli parve di ricordare. Ora le basette di Massimo tagliate a mezz’orecchio, la barba piuttosto rada, di un giorno. Ma meglio i suoi denti bianchi in movimento Ecce homo ora sì che gli riusciva di vederlo, d’accordo, ma Massimo aveva citato il Götzen-Dämmerung a riguardo dell’Università – pulchrum est paucorum hominum.
Pulchrum est paucorum hominum…”
“Come dici, zio?”
“Le cose belle appartengono a pochi.”
Ma Elena nemmeno ascoltava. Aspettava la curva prima del rettilineo con continue occhiate allo specchietto retrovisore: si osservava, con la coda dell’occhio, per cogliere i tratti della propria espressione nei momenti e nei gesti della guida. Socchiuse le palpebre e scorse una debole macchia gialla sull’asfalto, premette a fondo il piede sull’acceleratore. L’auto veloce e sicura sfrecciava ingoiandosi l’asfalto voracemente.
Il dolore non esiste, la morte non esiste, viaggiamo sulle nostre automobili come le sagome di cartone sorridenti in vetrina, abbiamo scarpe belle ai piedi.
Infatti non era vero che Massimo si trovava in coma all’ospedale, non era vero che appena una settimana prima su quella stessa strada loro due avevano avuto un incidente frontale. L’inferno che aveva davanti agli occhi ogni ora, il groviglio fumoso e quegli strepiti nelle orecchie, pure tutto questo era un’illusione destinata a svanire al più presto. Strinse le mani sul volante, accelerò ancora e chiuse gli occhi. Li aprì poco dopo, qualche decina di metri prima della fine del rettilineo.
Lo zio sul sedile di fianco si era addormentato, la testa reclinata all’indietro, il respiro rumoroso. Aveva le labbra socchiuse. A Elena parve un bambino, cullato dal rollio dell’automobile, che dormiva senza timore accanto alla mamma. Si decise a svegliarlo solamente appena furono arrivati nel piazzale dell’ospedale.

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