Pubblicato da Stefano Calosso su Giovedì, 14 Giugno 2007
Ad un tratto qualcuno disse “Ho visto in televisione un servizio su come vengono allevate le oche destinate alla produzione di paté di fegato. È raccapricciante… gli ultimi giorni infilano degli imbuti nei loro becchi e le ingozzano perché le si ingrossi il fegato il più possibile. Non mangerò mai più paté di fegato d’oca”.
Per un secondo tenni la forchetta sollevata a mezz’aria. Portandola alla bocca osservai attentamente il cibo che vi stava infilzato: cinghiale in salmì: succulento. Masticai molto lentamente. Detti uno sguardo alla tavolata di sfuggita, poi fui di nuovo fisso sul mi piatto.
Poco dopo mi accorsi che era finito il vino, mi alzai per rimpiazzarlo. Afferrai dal cartone una bottiglia e la misi sulla tavola. Ero in piedi, la testa di fianco al lampadario. Nessuno dei commensali mi stava guardando, impegnati a mangiare o in conversazione tra di loro. Li osservavo indisturbato.
Ebbi come la sensazione d’essere io a illuminare quella stanza, la compagnia, tanto i miei occhi erano vicini alle lampadine. Non riuscii a reggere il bagliore e mi rimisi a sedere. Cercai di immaginare come apparissi, lì in mezzo a loro, come si svolgessero i miei gesti in quello spazio.
“E’ come Elton John che confessa la sua bisessualità sul Rolling Stone!!!” urlai nella fotocamera incrociando gli occhi. Sulla tavola sparecchiata fluttuava quel piccolo
display come una farfalla incandescente dove Giorgino scorreva i nostri volti, piccole maschere dentro la cucina illuminata.
Eravamo fermi e in silenzio davanti all’obiettivo, bambini in soggezione alla presenza di un adulto sconosciuto. O come me si tentava di bucare quella parete invisibile con una battuta da un film, stare sopra le righe insomma.
Ci fu spazio anche per la televisione quella sera, nella fattispecie un programma giornalistico, un dossier sulle Brigate Rosse con accurate ricostruzioni filmate, un misto di immagini nebulose e traballanti condite con foto d’epoca. Ed eccomi subito in prima linea, non aspettavo nient’altro io, infuocato dall’alcol e dalla faccenda del paté. Mi improvvisai controconduttore per quel salotto di panze in digestione, “eccolo li!, dissi, che spunta l’imbuto, dalla televisione, è dritto nella nostra testa che finisce! I ricordi dei prossimi vent’anni filmati in studio, e da professionisti, alta scuola di ricamo ‘sto teatrogiornale!”.
Non ne volevo sapere di calmarmi e l’orgasmo mi saliva ancor di più da che in casa non si poteva fumare e io avevo voglia di una sigaretta. Fu Giorgino a tirarmi fuori da lì mentre ancora insultavo lo schermo, mi fece passare la portafinestra infilandomi in bocca da fumare.
Il freddo di gennaio aiutava quella nuvola di fumo denso che si incamminava piano verso la luce dei lampioni. Anche gli altri ad uno ad uno sfilarono dal salotto, fuori per la loro dose di tabacco del dopocena. Adesso li avevo tutt’intorno, i miei amici, Giorgino proprio davanti che quasi ci sfioravamo la punta del naso. “C’ho trent’anni…” dissi io e loro tutti giù a ridere, la conoscevano bene la mia teoria sull’età, dai venticinque ai trentacinque hai trent’anni, poi passi subito al decennio successivo, cifra tonda, il resto sono sofismi.
Questo post è stato pubblicato il Giovedì, 14 Giugno 2007 a 6:13 pm ed è archiviato in Racconti.
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diavolorosso » Blog Archive » L’imbuto detto
[...] Selezionato da Nomadi e Stanziali un racconto di Stefano Calosso http://exuviae.wordpress.com/2007/06/14/limbuto/ [...]
stefano detto
Forse anche il cinghiale poteva fare ina fine diversa.. belle poesie!