Pubblicato da Stefano Calosso su Domenica, 6 Aprile 2008
Oh la gente qui sulle scale…
La loro gamba che sale
La vita… quanti gli incroci
Di braccia e ovunque quante voci
Io il mio gradino
Traballante conosco appena
Io nel mio giardino
Ti vedo seduta in pena
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Pubblicato da Stefano Calosso su Mercoledì, 2 Aprile 2008
Resta, oltre all’ipotesi
La differenza tra il valore
Dell’ incognita e il simbolo.
Credimi: il senso d’un esiglio.
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Pubblicato da Stefano Calosso su Venerdì, 28 Marzo 2008
Quante volte sono stato scambiato
Per uno di loro, tra le rapaci
Strettoie di questo supermercato
Quante volte ho fronteggiato le audaci
Signorine alla cassa, ho stretto il fiato
Nel ricevere il resto e lo scontrino
Fiscale ed incamminandomi a lato
Della gente mi sono chiesto fino
A che punto ci si possa smarrire
Tra i cartoni, in quest’allucinazione
Collettiva. tu tienimi le mani
E poi chiedimi ancora di salire
Fin qui – non mi domandare ragione
Di niente. ci sarà il sole, domani.
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Pubblicato da Stefano Calosso su Lunedì, 7 Gennaio 2008
Una mano di donna che apre la finestra.
È il mio cielo, piano parlate piano .
E se io ancora potessi… – ma con che spunto? –
Il corpo del reato potrebbe trovarsi
Ancora
(il giorno)
Ai piani inferiori.
È stato afferrato che piange, che piange…
Acceso e spento spento.
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Pubblicato da Stefano Calosso su Martedì, 25 Dicembre 2007
La sagoma di lui gesticolava all’interno della cabina telefonica. All’esterno il suono della sua voce giungeva ovattato, incomprensibile. Uscì dopo qualche minuto, si guardò intorno come se volesse interrogarsi sul paesaggio che lo circondava. Sul volto aveva l’espressione di chi si risveglia dopo un lungo sonno: realizzò in quel momento che entro sera l’incubo sarebbe terminato. Lei lo osservava, appena in disparte, appoggiata al parapetto. Premeva il silenzio del mattino ancora senza luce e a tratti fastidioso. Appena lui si mosse, gli tenne dietro con lo sguardo sbattuto per terra, muta.
“Che cos’ hai?”, le chiese.
“Niente” rispose “è che a volte mi sento talmente sfiduciata… Mi chiedo come siano possibili certe cose, mi sfugge la logica, il nesso, capisci? Così all’improvviso non hai il tempo di realizzare, tutto questo è surreale, io non…” rimase con la bocca aperta e le parole sospese a mezz’aria, gli occhi spalancati.
“Sei stanca…”, tentò di dire, “non agitarti per niente”.
Avevano speso praticamente subito i pochi soldi rimasti loro, qualche panino e un paio di lattine ed era quasi tre giorni che vagavano per la città, nel tentativo di racimolare soldi per tornare a casa. Londra lui la conosceva, vi aveva passato due anni lavorando come cameriere. Aveva pensato a qualche serata come lavapiatti, in cambio di una manciata di sterline e un pasto caldo, ma non era riuscito a rimediare niente di utile nell’immediato. Dopo due notti senza dormire, abbracciati su una panchina dal freddo che faceva, dopo quasi tre giorni di ricerca tra un quartiere e l’altro, la situazione era diventata insostenibile. Si era deciso a chiamare sua madre perché gli inviasse denaro sufficiente per due biglietti aerei.
“Ci vorrà qualche ora per il trasferimento, ma dovremmo riuscire a prendere il volo di questa sera.”, aggiunse.
Alle lettere H E A T H R O W si accompagnava una freccia nella direzione del loro cammino e in quella delle prime stelle che schiaravano all’orizzonte. L’aeroporto gli pareva un ricordo d’infanzia, non di qualche sera prima. “Da qui, a piedi, ci vorrà un’ora o più”, pensò e affondò le mani nelle tasche inarcando le spalle, quasi un gesto di noncuranza. Si mossero, lui davanti e lei dietro col suo passo leggero, a qualche metro di distanza. Immaginò di non dover mai più udire la sua voce e subito gli tornarono alle mente le prime parole che le aveva sentito pronunciare, “Siete mai stati a Manhattan?”.
*
L’aveva conosciuta al chiosco sulla piazza, una sera d’agosto, aveva fissato a lungo le sue mani mentre ci descriveva con dovizia di particolari i cocktail di Cipriani, “ma quello sulla Quinta Strada, è l’unico locale che frequento. No, no, di rado, io su non esco quasi mai…”. Quell’estate era tornata in Italia da Manhattan, dove avevano rilevato, lei e un socio, un ristorante. “Quattro anni senza rivedere i miei, erano troppi… Ma che provincialismo assurdo qui, che malelingue! Sei lontana da casa ad inseguire un progetto, un sogno e le serpi biascicano, l’una “droga”, l’altra “comunità” o “due figli e non è sposata…”.
Le serate in quell’agosto trascorsero con i suoi racconti al nostro tavolino, ogni volta sempre più affollato, e con lui che intrecciava silenziosamente gli occhi in quelli di lei, aspettando sempre un po’ più a lungo, prima di scostarli. Nessuno di noi si stupì più di tanto, dunque, nel vederli arrivare al chiosco, qualche sera dopo, mano nella mano. Si sprecarono subito battute e gomitate, poi applausi e brindisi da che lui ci annunciò, solennemente, che a novembre l’avrebbe seguita nel suo rientro a New York.
Fu un’estate calda e alcolica come non mai: tornavo a casa a notte fonda e ancora mi massacravo gli occhi davanti a Google Earth, vi cercavo i luoghi dove viveva, i locali e le strade che le sentivo nominare, nella testa mi rimbombavano echi di frasi del tipo “a un isolato, ground zero…”, “la cena di David LaChapelle” o “di solito a Broadway, al Cinema Odissey”, “Non ti piace Woody Allen? Certo, devi aver respirato i suoi luoghi…”. Mi infilavo nel letto che già era mattina, qualche volta devo averla pure sognata.
*
Facevano ritorno a Heathrow stanchi, muti dopo una notte interminabile. Davanti a un telefono lui estrasse dalle tasche una carta, la introdusse nella fessura e sollevò il ricevitore. Le girò le spalle. Lei si allontanò nella direzione di una poltroncina per l’attesa, trascinando il suo trolley svogliatamente per utilizzarlo come poggiapiedi, una volta seduta. Rimase immobile per diversi minuti, in quella posizione, con lo sguardo fisso sul volto di una ragazza asiatica, bellissima, al centro di una gigantografia pubblicitaria. Fu lui a scuoterla da quell’assenza parandolesi davanti.
“Andiamo a mangiare”, disse. Poi fu la volta del biglietto, la coda non era impossibile.
C’era tutto un giorno da consumare, aspettando il volo di rientro di quella sera. Ne passarono gran parte stravaccati in sala d’attesa, con lo stomaco gonfio per gli hot-dog e le bibite gassate, in un dormiveglia inquieto.
Si destò nel pomeriggio, un paio d’ore prima del check-in. Lei era seduta qualche posto più in là, alla sua destra, sfogliava una pesante rivista di moda. Gli sorrise. “Sei sveglio.”, disse. Poi il suo volto si fece serio, ripose la rivista e scivolò sulle poltroncine, fino a ritrovarsi seduta al suo fianco. Gli cinse il braccio con il suo, e aggiunse: “Voglio andare in fondo a questa faccenda. È giusto tornare a casa… d’altronde, lo vedi bene, piazzati così non potremmo fare altro. Che sia chiaro: ti restituisco tutto quando torniamo, tua madre è stata fin troppo gentile. Potevamo pensarci prima e partire con un po’ di soldi di riserva, ma, dimmi, potevamo immaginare una cosa del genere? Se non fossi stata più che certa della buona fede del mio socio non mi sarebbe mai venuto in mente di trascinarti fin qui… Si, ci voglio andare fino in fondo, con il mio socio intendo: mentre dormivi ho ricaricato il telefono, è tutto il pomeriggio che provo a chiamarlo. Lo tiene staccato, ma non può farlo all’infinito. E poi tra qualche giorno devo tornare su, c’è la casa, il ristorante… Dio, che rabbia se ci penso! Non si può tirare un pacco del genere e rifiutarsi di dare spiegazioni!”. Il tono della sua voce si era fatto sostenuto. Lui distolse l’attenzione dal quel fiume di parole per rivolgerla alle dita delle sue mani, bianche e un po’ tozze, che tremavano visibilmente. Anche il respiro si faceva via via più affannoso. Fu interrotta da una crisi di tosse che le gonfiò gli occhi di lacrime.
*
Tutti noi abbiamo una personale versione di questa storia, o un aneddoto con lei protagonista di quelle sere d’agosto, trascorse al chioschetto in piazza - l’undici settembre del duemilauno, i clienti più famosi del suo ristorante o il sacro rituale dalla mancia ai camerieri. Carlo e Giovanni, entrambi precari neolaureati, racconterebbero senz’altro l’entusiasmo che provarono in quei giorni di calura: la fidanzata di un loro amico d’infanzia viveva e lavorava a New York e non vedeva alcun problema nell’assumerli come camerieri nel suo ristorante, “ho avuto iraniani, egiziani, greci… Due italiani, però, sarebbero perfetti. Ma pensateci bene, su la vita non è uno scherzo”. I miei due giovani amici trovavano che quella era un’opportunità da non lasciarsi scappare, l’occasione che avevano sempre sognato: mettersi definitivamente alla prova, “vedere quello che valevano con una reflex in mano”. E così pure loro attaccati a Google, giù liste di studi fotografici e agenzie pubblicitarie: dovevano provarci.
L’eccitazione per quelle grandi quanto improvvise novità aveva contagiato tutta la compagnia: fantasticavamo intorno a mirabili tavolate oltreoceano, “Ti rendi conto? Capodanno a Manhattan…”.
*
Galleggiavano nella notte, comodi finalmente. Una volta in quota si era addormentata quasi subito e profondamente, stringendogli la mano.
Si voltò per guardarla dormire: aveva il capo reclinato sulla spalla, una ciocca di capelli scomposta le attraversava la fronte. Fissò con attenzione il volto che gli pareva di conoscere così bene e si chiese se davvero non lo avesse saputo fin dal principio. Anche sforzandosi, infatti, non sarebbe stato in grado di indicare un momento preciso al quale far risalire la certezza che tutto, riguardo alla sua vita a Manhattan, era stato inventato. In quegli istanti, osservando le sue palpebre distese nel sonno, sarebbe stato pronto a giurare che lei, a New York, non aveva mai messo piede. Le sue labbra ben fatte, asciugate dall’arsura, confermavano i sospetti sullo strano appuntamento a Heathrow con quel fantomatico socio. Durante il loro scalo, questi le avrebbe dovuto consegnare il passaporto e la quota semestrale sugli introiti del ristorante e dopo poche ore sarebbero stati in volo per New York. Davvero era partito con lei da Malpensa credendo a tutto questo? L’incarnato roseo e quelle due rughe lievemente accennate, appena al di sotto degli zigomi, ribadivano che nessun socio, la sera dell’appuntamento, era stato presente. Nemmeno dall’altro capo del telefono a prendersi le sue grida, mentre il boeing della United rullava sulla pista infuocata dal tramonto.
Il respiro di lei, quieto e regolare al suo fianco, lo rilassava. Cercò dentro di sé un qualsiasi valido motivo per averla seguita in questo delirio. Le dita intrecciate delle loro mani, ai confini del sonno, suggerirono una risposta più che soddisfacente.
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Pubblicato da Stefano Calosso su Mercoledì, 19 Dicembre 2007
Se interrotto dall’orizzonte
Che rabbuia meno
Sicuro lo sguardo contende
Il centro a questa stanza:
A stento controlla il clamore
Della luce elettrica.
Manca l’abbaglio dei cerini
A trattenere il volto frequente –
Graffiato compare ancora
Tra gli usati picchi,
Ma in indizi.
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Pubblicato da Stefano Calosso su Giovedì, 6 Dicembre 2007
Non ho forza per fermare
Le piogge: e scrosci fumanti
Come schegge infrangono
Luce. e muti fragori di brace
Le tue ruvide risa spigoli vivi.
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Pubblicato da Stefano Calosso su Venerdì, 30 Novembre 2007
“La cintura.”
“Come? Ah già…”
“No, zio. La cintura di sicurezza, intendo. Rischiamo una multa salata se ci imbattiamo in un controllo.”
Elena azionò la leva della direzione, uscendo dal viottolo della casa. S’immise sulla carreggiata. Il vecchio al suo fianco socchiuse gli occhi per la luce intensa, il dondolio della vettura gli conciliava il sonno. Reclinò il capo sul poggiatesta, rinunciando al paesaggio, ma per drizzarsi quasi subito: attraverso il parabrezza studiò il fondo dell’asfalto, gli parve in buono stato. E le curve frequenti, ma non troppo brusche o insidiose. Si voltò verso Elena: com’era sicura alla guida, la nipote, con che naturalezza eseguiva quei gesti. S’asciugò la fronte con un fazzoletto che poi dimenticò nella mano. S’abbandonò nuovamente all’abbraccio del sedile e questa volta chiuse gli occhi completamente.
Massimo apparve davanti al cancello di casa. La sua immagine fu velata dalla tendina bianca, poco prima scostata, dopo che venne abbandonata a ridistendersi sul vetro.
Spogliato del soprabito lo rivide in poltrona, ma per qualche istante soltanto. Non riusciva a concentrarsi sulla figura intera, guizzava ogni tanto qualche particolare, un riflesso sul piano lucido del tavolino mentre era intento a zuccherare una tazzina di caffè. Le ciabatte della sorella sul tappeto di fronte al camino. Non facevano rumore, perché ricordava queste cose? Ancora quelle mani magre che sparecchiavano il vassoio - Nietzsche, gli parve di ricordare. Ora le basette di Massimo tagliate a mezz’orecchio, la barba piuttosto rada, di un giorno. Ma meglio i suoi denti bianchi in movimento Ecce homo ora sì che gli riusciva di vederlo, d’accordo, ma Massimo aveva citato il Götzen-Dämmerung a riguardo dell’Università - pulchrum est paucorum hominum.
“Pulchrum est paucorum hominum…”
“Come dici, zio?”
“Le cose belle appartengono a pochi.”
Ma Elena nemmeno ascoltava. Aspettava la curva prima del rettilineo con continue occhiate allo specchietto retrovisore: si osservava, con la coda dell’occhio, per cogliere i tratti della propria espressione nei momenti e nei gesti della guida. Socchiuse le palpebre e scorse una debole macchia gialla sull’asfalto, premette a fondo il piede sull’acceleratore. L’auto veloce e sicura sfrecciava ingoiandosi l’asfalto voracemente.
Il dolore non esiste, la morte non esiste, viaggiamo sulle nostre automobili come le sagome di cartone sorridenti in vetrina, abbiamo scarpe belle ai piedi.
Infatti non era vero che Massimo si trovava in coma all’ospedale, non era vero che appena una settimana prima su quella stessa strada loro due avevano avuto un incidente frontale. L’inferno che aveva davanti agli occhi ogni ora, il groviglio fumoso e quegli strepiti nelle orecchie, pure tutto questo era un’illusione destinata a svanire al più presto. Strinse le mani sul volante, accelerò ancora e chiuse gli occhi. Li aprì poco dopo, qualche decina di metri prima della fine del rettilineo.
Lo zio sul sedile di fianco si era addormentato, la testa reclinata all’indietro, il respiro rumoroso. Aveva le labbra socchiuse. A Elena parve un bambino, cullato dal rollio dell’automobile, che dormiva senza timore accanto alla mamma. Si decise a svegliarlo solamente appena furono arrivati nel piazzale dell’ospedale.
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Pubblicato da Stefano Calosso su Sabato, 24 Novembre 2007
Non è importante che cosa io pensi
Del totem. anche il mio sguardo sorretto
Dal nulla sale all’altare alto e stretto
Del mercato, diventa in tutti i sensi
Un giuramento di fede agl’immensi
Muraglioni del lavoro. un insetto
Volato dentro la stanza, costretto
A ellissi sui muri o fermo su intensi
Battiti d’ali tra vetro e tendina,
Agisce alla medesima maniera.
E siamo tutti attraversati come
Da una forza cieca e ogni mattina
Parliamo come se fosse già sera
E ci dimentichiamo d’aver nome.
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Pubblicato da Stefano Calosso su Mercoledì, 21 Novembre 2007
Luminose insistenze velate dalla nebbia,
Le regolari sagome appariscenti e gonfie
In colori vivaci dei distributori di carburante
Vegliano accese dai margini pulviginosi
Sui percorsi disvolti nastri d’asfalto. da lì,
Dove si scopre Alessandria quasi graziosa
Crepitare ai suoi lembi di tutti vivi lumini,
Passano assorte nella guida dei loro velieri
Pensieri di casa. e come giungono in tante…
Nemmeno di passaggio anime avvolte
Di transito, colombe dai cieli insonorizzati
Di una campagna mai visitata. s’incidono
Solchi profondi di gomma alle orbite.
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